follia

Nostra signora “follia”

Vademecum di vita cristiana

Σοφία του κόσμου…μωρία παρά τ θε εστιν

(S.Paolo, Lettera ai Corinzi)

Quando il saggio indica la luna,

lo stolto guarda il dito

Premessa

Per definire l’esistenza del vero cristiano, il nome più appropriato è forse quello di follia. Non tutte le cose qui dette a riguardo potranno apparire sensate agli occhi di chi non vive integralmente la propria fede: ma è proprio della follia non potersi esprimere in un linguaggio ritenuto comunemente sensato. La follia ha di per sé un “linguaggio escluso”, una “parola interdetta”, ma in quanto tale “rivelatrice”.

Occorre però fare subito chiarezza poiché la follia può assumere aspetti e connotazioni diverse in cui è difficile distinguere il normale dal patologico. Nei primi testi cristiani in lingua greca troviamo vocaboli diversi per connotare le varie forme di follia: άσoφία (assenza di saggezza), άνoησία o άνoιa (non conoscenza), άφρoσύνη (demenza, pazzia), μαινóμενoς (furente), άσύνετoς (non intelligente), άπαλγέω (perdere il buon senso), εξίτηλoς (svanito, perdita di senno), πρoπετής (sconsiderato). Tutti questi tipi di follia potrebbero essere raccolti spiritosamente in una parola sola Σεληναία (mal di luna). Infatti “lo stolto muta come la luna” (Ecclesiastico 27,12), “a causa di una certa simpatia, osserva Origene, degli umori liquidi della sua testa con la luce liquida della luna”.

Qui parleremo invece di una forma particolare di follia, la μωρία o μώρανσις (opposizione al buon senso comune), parola che l’apostolo Paolo ha usato per caratterizzare la scelta di vita cristiana (Lettera 1^ ai Corinzi 1,18-27 e passim) ed è diventata programma di vita per coloro che credono nelle beatitudini evangeliche: le scelte definitive nei momenti importanti della vita di ogni uomo hanno la loro difficile alternativa tra i criteri della ragione umana e la follia della croce.

                                                                                     Mons. Dario Rezza

La follia può essere intesa come malattia, come alienazione, perdita completa della ragione. Ma la follia di cui qui parliamo non è una malattia mentale, oggetto della ricerca psichiatrica e sociologica, e nemmeno una pura metafora, sia pur drammatica, della vita umana. E’ un modo di porsi interiore, che ha insensibilmente ma potentemente contribuito al formarsi della coscienza umana, una categoria spirituale universale che va definita, legata alla vita e alla storia degli uomini.

Pur avendo una diversa natura da quella oggetto della medicina quale malattia mentale, assume il nome di follia per il fatto che non coincide con ciò che comunemente viene detto ragione. La ragione ha cercato di dominare questa follia chiamandola con tale nome, assimilando cioè il concetto critico di follia a quello medico. Il modo di pensare e di agire del folle non collima infatti col modo di ragionare e col comportamento comune. Così la follia malattia finisce con l’inglobare la follia modo di essere dello spirito.

Nei riguardi della follia – malattia ci si può porre in un rapporto oggettivo per sorvegliarla e giudicarla, anche se della follia umana in quanto tale si è sempre complici. Del resto la ragione non si è mai avventurata a curare la follia, si è limitata a farle da guardiana. Nella follia quale categoria dello spirito siamo chiamati a parteciparvi con un atto responsabile della nostra volontà, ma anch’essa è ciò che avviene per un motivo che la ragione non riuscirà mai ad esaurire.

E’ questa esperienza fondamentale dell’uomo, inaccessibile alla ragione, che è costitutiva della follia dello spirito. è una faccia dell’uomo, così come la ragione è l’altra faccia. La follia, come la ragione, appartiene quindi alla natura dell’uomo: se la ragione pretende di dominare tale follia giudicandola, la follia chiama in giudizio la ragione in quanto essa non riesce a misurarla e giustificarla. Tuttavia si pretende normalmente di sottoporre al giudizio della ragione ogni forma di follia, quella mentale e quella dello spirito. Perciò accettando di essere “folle”, il convertito Paolo di Tarso ne dovette accettare le conseguenze (1^ Cor.4,10).

Possiamo quindi accennare unitamente ad alcune caratteristiche delle due follie, in quanto entrambe sono fuori dei limiti della ragione. Il giudizio della ragione nei riguardi della follia dello spirito non è tecnico, scientifico, ma giuridico e morale, teso a dominarla, a imporle dei limiti. Del resto non si entra mai in merito alle idee del folle: egli va neutralizzato purificandolo da immagini e passioni che lo illudono e lo tormentano. Non ci si domanda se quelle immagini e passioni possano avere dei contenuti di saggezza. E’ il prestigio della ragione, non la sua presunta capacità di guarire e comprendere, che conta e dona potere. Quello della ragione è una specie di potere magico che intende assoggettare ogni specie di follia.

Non si può concedere al folle il diritto all’autonomia: egli va tenuto sotto tutela, in stato di minorità, come un bambino. Questa minorità giuridica, destinata a proteggere il folle e a renderlo soggetto di diritti, gli rifiuta però ogni prestigio, ignora quei valori primitivi, non compromessi ancora dalla socialità e adulterati dalla ragione, che qualsiasi folle a volte esprime.

Il folle si offre allo sguardo altrui nella sua superficie, nella sua animalità visibile: la sua intima natura non riesce mai pienamente ad oggettivarsi. Folle non è però il fatuo (vuoto), ma l’estraniato (straniero). Lo Straniero per eccellenza, non soltanto in quanto non conosciuto e inconoscibile, ma anche in quanto emerge dall’anoni­mato che solo gli potrebbe garantire la cittadinanza tra gli uomini normali, cioè “ragionevoli”. Il concetto di fol­lia è in rapporto a quello di normalità: ma dove termina il versante della normalità e inizia quello della follia?

La follia è l’ombra della ragione: la ragione non può non proiettare follia. Come l’ombra di un oggetto cambia secondo l’angolo di incidenza della sorgente luminosa, così la stessa ragione può proiettare, in tempi diversi, diversi generi di follia. Solo fuggendo la luce, l’uomo può sfuggire alla follia. “Io concludo, diceva Paolo Sarpi, che la sapienza e la pazzia siano attaccate per le code, e che non si possa venir all’estremo d’uno senza dar nel principio dell’altro” (Lett. II,203). La ragione ha in se stessa la sua precarietà e l’uomo diventa tanto più fragile quanto più si perfeziona. L’animale non è mai folle, o almeno non lo è a causa della sua animalità: i rivoli della follia aumentano man mano che l’uomo esce dall’animalità. La conquista della verità astratta è la perdita del­la propria verità immediata: almeno stando a quanto Kierkegaard rimproverava ad Hegel. Il linguaggio, frutto della ragione, da contrassegno e strumento di ordina­mento delle cose è divenuto strumento e manipolazione delle cose e sorgente di equivoci. Il linguaggio non deci­fra più la realtà ma la rappresenta come l’uomo intende rappresentarsela. Questa trasformazione del linguaggio sottende una tecnica laboriosa e lenta attraverso la qua­le la ragione stessa di fatto si muta in follia.

Ed è la follia che redime la ragione. La follia incarna la resistenza del fantastico alla ragione, o la consapevolezza di una verità più profonda di quella della sola ragione. La coscienza della follia implica necessariamente una esperienza diversa della verità.

Perciò la follia si configura anche in modo esplicito nell’universo del discorso razionale, come esperienza critica della realtà, come un momento essenziale della ragione: si chiama ironia. Di questa pasta è fatta la follia del filosofo greco Socrate: non esiste ragione che per affermarsi non abbia bisogno della follia. Secondo l’insegnamento socratico la follia è la forza viva e segreta della stessa ragione.

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Nel corso della storia culturale europea più recente la follia si è configurata diversamente. Per esempio come genialità: in Dante Alighieri, che passeggiava indisturbato nei tre regni dell’aldilà, o in Galileo Galilei, che affermava con forza una verità contraria alle attestazioni dei sensi. Le regole della ragione vengono considerate argini eretti dai pacifici borghesi per difendersi dalla minaccia del genio, e distruggono il torrente della genialità: “Oh, le persone ragionevoli!…tutti gli uomini straordinari che hanno compiuto qualcosa di grande, ritenuta impossibile, sono stati in ogni tempo giudicati ebbri o pazzi” (J.Wolfgang Goethe).

I geni si sentono anime sublimi, straordinarie, e sono folli coloro che non riescono a comprendere la loro grandezza: “Le sublimi anime passeggiano sopra le teste della moltitudine che, oltraggiata dalla loro grandezza, tenta di incanalarle o di deriderle, e chiama follie le azioni che essa, immersa nel fango, non può, non che ammirare, conoscere” (U.Foscolo). Nel Romanticismo c’è addirittura lo scoppio lirico del genio-follia (F.Hoelderlin), cioè nella follia si cerca di riscoprire le radici profonde dell’uomo, la verità finalmente nuda. è la grazia tempestosa del terrore (P.B.Shelley). Genio e follia hanno comunque qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri (A. Schopenhauer).

Ma si è rivelata anche come “eroico furore” in Giordano Bruno: un entusiasmo per la verità che eccede i termini della comune saggezza, di quella che comune­mente si chiama ragione, un amore intellettuale senza misura, con punte di amoralità. O con forme esasperate di vera alienazione in Friedrich Nietzsche per un con­centrato ed esaurimento eccessivo della sensibilità.

Altro tipo di follia è quella passionale, comune a tutti i mortali: un folle amore, un folle progetto. È la passione abbandonata alla sua violenza, quel vento di follia che a tratti sconvolge la vita dell’uomo, del singolo e dell’umanità. L’animale attende l’uomo al varco: è il grande sabba della natura. È la punizione cosmica del sapere. Oggi alcune forme di pensiero detto “alternativo”, in cui viene sconvolto l’ordine razionale del mondo, sono aspetti della follia. È il sopravvento della demenza umana, che anticipa il potere devastante della morte. Sono i saturnali della ragione, lo scivolamento improvviso o progressivo verso il punto zero dell’uomo. Emerge il cattivo genio che lo abita: così la follia rivela la verità terminale della natura umana, il dominio delle forze distruttrici di thanatos.

La follia può inoltre diventare una passione senza oggetto, e proprio per questo una forma di verità sull’uomo. C’è realmente un’illusione perversa in questa passionalità che vive da sola, senza stimoli adeguati, una forza che precipita l’uomo nella perversione (l’olocausto nazista), o al contrario una innocenza oblativa che lo proietta verso l’eroismo (il martirio cristiano). Ciò che l’uomo ha di più primitivamente inalienabile, il desiderio di realizzare al massimo la vita che gli è concessa, viene esaltato nella follia. Essa chiama a guardare in se stessi e non negli altri, a trovare in se stessi, nella coerenza del proprio delirio o della propria fede, una solida sovranità, mentre appare inadeguata se proiettata fuori: la follia tende a specchiarsi in sé per trovare conforto.

È stato notato che la follia ha una sua parentela col sogno: sono caratterizzati entrambi da ricche associazioni di idee e da debolezza di giudizio. Al rapido svolgersi delle rappresentazioni nel sogno corrisponde il veloce svolgersi delle azioni: manca qualsiasi misura del tempo reale. Perciò per Sigmund Freud trovare l’essenza del sogno voleva dire trovare ciò che si può sapere intorno alla follia. E Arthur Schopenhauer afferma: “Il sogno è una breve follia; la follia è un lungo sogno”. Di certo la follia dispiega i suoi poteri nello spazio della visione e della fantasia, dove il sogno e il destino segreto dell’uomo o del mondo o di un popolo si fondono insieme. È la stessa natura della follia che allora emerge e attraverso la profezia proietta l’onirico nel reale.

Nella cultura occidentale moderna, poesia e follia si fronteggiano: il folle raccoglie tutti i segni e li colma di somiglianze (omosemantismo), sicché la somiglianza finisce per cancellare i segni. Il poeta sotto i segni scopre la somiglianza (funzione allegorica) e i segni finiscono col costituire un altro linguaggio. In entrambi le parole acquistano un “potere di estraneità” che conferisce loro forza di contestazione. E lungo i sentieri del sogno e della follia si apre un cammino che incontra e supera la fenomenologia (M. Foucault).

C’è anche del comico nella follia: l’allegria del folle. Nelle corti medievali era sempre presente il buffone, che incarnava la follia: egli godeva di una libertà d’azione e di parola, negate a chiunque altro. Si sentiva il bisogno che la follia irrompesse con la sua originalità per suggerire a volte un temperamento o un’eccezione alle regole della corte. Quasi a dire che della follia c’è bisogno: almeno un pizzico ogni giorno. Il buffone scacciava anche la noia, rompeva la fastidiosa uniformità del vivere quotidiano.

Il buffone inoltre derideva impunemente chiunque: il suo era il potere di irrisione. In tal modo il re o il potente avevano la sensazione di avere in proprio possesso la critica e la satira nei loro riguardi e di esorcizzarle rivestendole dell’abito della follia, mettendole sulla bocca del folle e facendone così un’ironica perversione della verità, incarnata nella faccia del folle. Il potente poteva così essere indulgente per una tale inoffensiva caricatura della verità.

La follia ha anche relazione col sublime nel suo significato etimologico: ciò che giunge fin sotto (sub) la soglia (limen) più alta. Nel suo trattato sul sublime lo pseudo Longino (1°sec,p.C) esalta il sublime sul bello. L’estetica preromantica del settecento riprendendone il concetto parla di un passaggio dalla calma contemplazione del bello alla eccitazione emozionale prodotta dal sublime, parente della follia. E sublime può essere anche il terribile, l’orrendo che affascina. A tal proposito il filosofo Immanuel Kant ha distinto due tipi di sublime; quello dinamico, per esempio le forze travolgenti della natura dinanzi alle quali l’uomo, in balia di eventi smisurati e devastanti, riconosce i suoi limiti e prova smarrimento e frustrazione; e un sublime che può venir definito metafisico (che egli chiama matematico) e che genera una contemplazione fuori del tempo. In entrambi i casi siamo oltre i confini della ragione. Nel regno della emozione dinamica, essa esprime tutte le paure indicibili dell’uomo: ha il volto della Medusa attribuita a Leonardo da Vinci. Nella contemplazione metafisica del mistero che affascina c’è la gioia inesprimibile che trova la sua esplicitazione nelle gioie ineffabili del paradiso.

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In Erasmo da Rotterdam la follia è amore alla vita nella sua semplicità, destinata a nutrire illusioni e speranze. È senso umano dell’esistenza, ideale umanistico e rinasci­mentale. In Dostoevskij è la saggezza cristiana che si espri­me come pietà nel principe Myskin e sconfina nella follia.

La migliore incarnazione letteraria della follia è comunque il don Chisciotte immortalato da Miguel de Cervantes Saavedra. La sua avventura è una decifrazione del mondo: legge il mondo con i segni della sua fantasia. Il suo essere stesso è un linguaggio per esprimere la realtà. Egli è un sovrano solitario che nel suo essere scosceso, fatto di insensatezza e immaginazione, rompe la parentela abitudinaria delle cose. Egli è un “deviante” che adempie una funzione culturale indispensabile: investire di valori la realtà. Ignora gli amici, riconosce gli estranei, smaschera imponendo una maschera; carica la realtà di significati che finiscono per cancellarla.

Don Chisciotte, scrive Miguel De Unamuno nel suo Commento, “decise di trasformare in realtà i sogni che la follia gli suggeriva”, volle cioè che “fosse verità ciò che era soltanto bellezza. Senza le sue stupende follie, con la sola ragione, non sarebbe stato così eroico”.

Particolare importante, anche quantitativamente nel racconto, sono i colloqui tra Chisciotte e Sancho, cioè tra la follia e la “ragione”. Queste conversazioni sono la colon­na portante dell’opera e quanto essa ha di più originale. Per esempio Chisciotte discute con Sancho la sua idea di imitare le penitenze di Amadigi (XXVI). La sua follia ci ap­pare perciò complessa e paradossale: sa di essere pazzo, vuole essere pazzo. Altre volte la follia di Chisciotte parte sulle ali della fantasia: nell’avventura dell’elmo di Mam­brino (XXI), con l’evocazione dell’avventura del Cavaliere del lago (L). Insegue sogni cavallereschi: è un’evasione alla quale anche noi partecipiamo con delizia. A volte si presenta come il pazzo-saggio: sana la rissa tra Sancho e il capraio (XXIV); sa usare prudenza nell’episodio dei galeotti (XXII), convince gli ospiti a pagare il conto dell’oste (XLIV); ha il senso delle proporzioni nella baruffa scatenatasi per il basto, affermando “è una sciocchezza che persone di tanta importanza come le presenti si ammazzino per ragioni futili”.

Dalla pazzia esteriore dei primi capitoli Chisciotte si eleva progressivamente ad una pazzia che è generosità, ansia di scoperta (XXIII), profonda umanità (XVI). Nel dare poi consigli a Sancho, Chisciotte “pone la sua saggezza e la sua pazzia a un punto elevato” (XLIII).

La “ragione” di Sancho è invece un misto di credulità e realismo: è anche ipocrita e opportunista, sa mostrare un’apparente dabbenaggine per conformarsi al suo cavaliere. Così il confine tra normalità e follia si fa spesso (e sempre più spesso man mano che si procede nell’opera) evanescente e problematico: per esempio nella discussione tra il parroco e l’oste infatuato dei libri di cavalleria non meno di Chisciotte. E l’osteria di Maritones (XVI), diventa crocevia del mondo. De Unamuno ha scoperto nel don Chisciotte di Cervantes il cristiano, attraverso un insistito e meraviglioso paragone con Ignazio di Loyola: essi hanno in comune il temperamento, il desiderio di gloria, l’esser guidati dalla cavalcatura, la veglia d’armi, la resistenza dei potenti. Al posto delle letture avventurose del cavaliere folle, Ignazio poneva la vita di Cristo e dei santi. La follia diventa così scienza del cuore, razionalità glorificata, fiore della maturità (erano entrambi sulla cinquantina), acqua purificatrice, forza di redenzione, eroica dimensione dell’uomo. Se al posto dei libri di cavalleria poniamo il Vangelo, al posto di Chisciotte il cristiano che ci crede, avremo nella follia di don Chisciotte il paradigma della vita cristiana.

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Ci sono infatti evidenti rapporti tra follia e cristiane­simo. Il problema però è vedere se il concetto di follia fornisce un’adeguata base per la comprensione e defini­zione della vita cristiana. San Giovanni pone tale formu­lazione in sintesi nel concetto etico fondamentale della carità, san Paolo invece espressamente nella follia.

Gesù da molti suoi contemporanei è stato giudicato pazzo: “Molti di essi dicevano di Gesù… è pazzo” (Gv.10,20). E anche i suoi parenti dicevano “È fuori di senno” (Mc.3,21). San Paolo individua nel messaggio di Gesù una follia che salva: “piacque a Dio salvare i credenti con la follia del messaggio” (Cor.1,21). E questo avviene per una precisa scelta da parte di Dio: “quel che di folle c’è nel mondo, Dio lo ha scelto” (ivi 1,27). Perciò il seguace di Cristo deve “farsi folle per divenire sapiente” (ivi 3,18). L’apostolo ha sperimentato però che la saggezza nascosta in tale “follia” è difficile trasmetterla proprio perché appare come follia. Per affrancarsi dai labirinti della ragione è necessario tessere il mitico filo di Arianna, cioè mostrare come la fede sia egualmente portatrice di significato e di sapere, con una valenza maggiore, che va oltre la logica della vita presente.

I santi con i loro paradossi e le loro notti mistiche hanno definito forme diverse di vita in rapporto alla follia. Anzi il genio del cristianesimo si è espresso in loro come la verità e libertà della follia cristiana. Ma anche l’esperienza comune della fede cristiana, non solo quella dei grandi mistici, bensì quella che ogni cristiano può provare, è fatta di angoscia e speranza: proietta la vita oltre i confini della ragione. Per cui spesso nella vita cristiana non sembra a volte facile dire ciò che è “folle” e ciò che è apparentemente normale.

La teologia della croce ci parla addirittura di un Dio folle, che ama l’uomo, il quale, figliol prodigo, non riesce ad amarlo. In questo dramma c’è tutto il fallimento o la delusione umana, che si manifesta nel paradosso della croce del Cristo abbandonato da Dio. Inoltre non i pii ma i peccatori, non i giusti ma gli ingiusti, sono oggetto della ricerca di Cristo e quindi di Dio: e negli emarginati, nei malati, nei respinti, nei disprezzati, cioè in coloro che sono stati spogliati della propria umanità, si riconosce il Figlio dell’uomo. In questo capovolgimento è la follia della croce. È questa follia che santifica (redime) la ragione. Nell’orazione del vespri del Venerdì della 2^settimana la Chiesa prega così: “O Dio, che hai rivelato il mistero della tua sapienza nella follia della croce…”, cioè la follia diventa sapienza. È una sapienza in mistero, sapienza nascosta, che appare come follia agli occhi degli uomini. Ma questa follia di Dio è più sapiente degli uomini, perché svergogna la sapienza umana che non è stata in grado di riconoscere Dio. È nel riconoscimento di una sapienza rivelata il fondamento della “follia” cristiana e non, come affermava Friedrich Nietzsche, nel fatto che la fede comporta una sovrabbondanza di sentimenti profondamente eccitati che portano in vicinanza della follia.

Comunque tutta la teologia cristiana si è sempre divincolata tra i limiti imposti dalla ragione: molte eresie si sono sviluppate come confine imposto dalla ragione, mentre le dispute sulla predestinazione pretendevano invece di ignorare impunemente tali limiti. Le “Summae” medievali, queste grandi cattedrali che facevano il deserto della ragione intorno a sé, esaurivano e vanificavano tutti i progetti puramente umani, cioè razionali, rendevano inutile una città costruita dall’uomo intorno al tempio, ridotta a un agglomerato di baracche. La controprova è fornita attraverso i secoli da quei tentativi di costruire un cristianesimo “ragionevole”, sostituto della ragione: una specie di quadratura del cerchio. Tentativi che sono sfociati nel paradosso quando sono stati portati nel campo pratico per edificare un ordine politico cristiano secondo ragione.

Il cristianesimo non può non ritenere folli le categorie su cui è costruito il mondo umano. Si può obiettare che è proprio del folle giudicare folli gli altri. La coscienza che il folle ha di se stesso non è però determinata soltanto nella non adesione a ciò che si definisce ragione. È necessario quindi comprendere bene in cosa consista la saggezza della follia cristiana, distinguendola da ogni altra forma di insensatezza.

Ciò che contraddice la ragione, affermava Adolf Harnach è il segno distintivo della cosa sacra, ma la cultura cristiana, osservava a sua volta Léon Chestov, lo ha occultato inventando l’interpretazione allegorica, ponendo il mistero sopra la ragione e non contro la ragione. La vita cristiana a sua volta ha cercato un varco al di là dei confini della ragione.

Il cristianesimo si fonda sulla rivelazione cioè sulla storia, non sulla ragione e la metafisica. Se la filosofia ha inizio dalla meraviglia, il cristianesimo ha inizio dalla disperazione (De profundis clamavi a te Domine): l’uomo è perduto senza la croce. Il cristianesimo non comunica col mondo attraverso la ragione, ma attraverso il dolore.

Nella prospettiva cristiana l’etica si pone in una categoria diversa da quella della ragione. Questo divorzio della ragione dalla religione è avvenuto soprattutto nell’era moderna. L’autonomia della ragione e la sua formalizzazione nell’Illuminismo ha portato ad una indipendenza del lumen naturale della ragione da quello soprannaturale della fede. Nello stesso tempo però ha permesso al cristianesimo una più vasta significanza e aderenza alla vita concreta dell’uomo, che è fatta di contraddizioni e incongruenze, di dolore e morte, in cui il riscatto avviene attraverso i concetti di grazia, di croce, di libertà cristiana. Punto questo non ben valutato per lungo tempo dalla cultura cattolica, tesa a ricuperare uno stretto connubio della teologia con la ragione astratta. Ma Benedetto XVI, teologo di professione, ha ammonito: “non sono gli intellettuali a misurare i semplici, bensì i semplici misurano gli intellettuali”.

Il libro dell’Ecclesiaste (Qoelet) ci propone il soliloquio del saggio nel suo taccuino di appunti. Contro l’ottimismo ingenuo che stabilisce un nesso stretto tra virtù e felicità, afferma che non è possibile cogliere la realtà del bene se non si coglie la realtà del male. La lotta contro il male è inoltre al di là del potere umano. Solo negando la felicità duratura della vita umana, si può provare il bisogno di una vita futura, solo negando un senso immanente alla vita umana si può giungere a comprenderne il senso.

Ludwig Feuerbach ha ripreso questo discorso accusando di alienazione ogni forma di religiosità, ma non pretendendo per questo che chi pratica una religione venga rinchiuso in un manicomio. Anzi riconoscendo la necessità storica di tale alienazione l’ha universalizzata proponendo una rivoluzione culturale di rovesciamento per poterla neutralizzare e superare. Ma la follia del cristiano non è quella denunciata da Feuerbach, cioè l’alienazione, ma il dare un senso diverso alla realtà. Quando Feuerbach afferma che bisogna passare, o tornare, dall’essenza teologica o falsa della religiosità a quella antropologica o vera leggendo uomo dove è scritto Dio (Ubi Deus, ibi homo), non fa altro che leggere alla rovescia l’afflato cristiano, risalente a sant’Agostino, che afferma: Ubi homo, ibi Deus. La follia non consiste nell’estraniarsi, ma nel percepire una dimensione divina, che supera la ragione e le sue esigenze, nell’uomo stesso.

Già nei miti dell’antica Grecia la follia appare a volte come una scusa evidente per compiere azioni rituali che la ragione non era in grado di giustificare. Per esempio i sacrifici infantili (fanciulli che venivano sostituiti al re sacro e immolati), come appare nella pazzia di Licurgo, di cui ci parlano Pausania e Plutarco. C’era poi la pazzia di Eracle, cioè quell’inalberare la mazza della follia per combattere le oppressioni della ragione dominante. In Platone la follia è dono divino e si manifesta in quattro forme: profetica, purificatoria, poetica, amorosa. Ed è attraverso la follia amorosa che si realizza la vera aspirazione all’autenticità dell’essere.

Non appena il cristiano si rende cosciente delle proprie aspirazioni interiori non riesce più ad identificarsi con le aspirazioni dell’uomo di questo mondo: si aprono varchi divini. Egli è fuori di un certo tipo di società e vi rientra solo con la missione di redimerla. La sua follia si definisce primariamente quindi dall’interno e non soltanto attraverso comportamenti esteriori.

Filone d’Alessandria (+50) scriveva che “l’anima di chi è posseduto da Dio è esaltata come fosse fuori di sé”. Riccardo di San Vittore (+1173) pone invece la follia in Beniamino, ultimo dei figli di Giacobbe, come simbolo dell’estasi: “Ibi Benjamin adulescentulus in excessu mentis” (cita il Salmo 68,28, ma non c’è fondamento di tale versione nella Volgata e nelle recenti traduzioni). Il concetto cristiano di follia ha lunga storia.

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Erasmo nel suo “Elogio della follia”, un’autentica perla della letteratura mondiale, afferma che la follia del sentire umano è anche la follia della croce: Dio ha infatti ritenuto opportuno “salvare il mondo per mezzo della follia, poiché esso non poteva venir redento dalla sapienza”. Lo stesso Cristo “è divenuto in qualche modo folle per soccorrere la follia dei mortali, allorché è divenuto peccato per sanare il peccato. E non ha voluto sanarlo se non con la follia della croce”.

Come lo stesso Erasmo ebbe a scrivere in una sua epistola, gli uomini si torturano con continue tensioni ed invecchiano cercando di realizzare le più assurde imprese, lasciando scivolare gli anni e perdendo il tesoro che solo ha valore: “poi si arriva all’ultimo tribunale, dove conta solo la verità. Ci accorgeremo in ritardo che tutte queste verità non erano che ombre e che abbiamo buttato le nostre vite nell’illusione di un sogno”. Ciò non significa che non si debba partecipare alla vita del mondo; bisogna farlo, ma con distacco, pronti a lasciare tutto per la sola cosa che importa, “perché la figura di questo mondo si dissolve. Fruire quindi del mondo, ma non riporre la propria gioia in esso”.

Ma già nel libro biblico della Sapienza troviamo pagine anticipatrici della “follia” cristiana. Dicono gli empi: “è stoltezza nella brevità della vita, triste e gravata di affanni, nebbia che si disperde, lasciarsi sfuggire anche un sol fiore primaverile” (2,1-9). Praticare la virtù è come “portare al pascolo il vento”. Perciò il comportamento dell’uomo retto è per essi un rimprovero silenzioso delle loro trasgressioni, e la sua condotta un’accusa dei loro pensieri perversi. Il “giusto è molesto” e va sottoposto ad oltraggi e ai tormenti: “vediamo se Dio si prenderà cura di lui” (2,12-20). Ma quella che agli occhi dei malvagi è follia da combattere, per il giusto è sapienza consolatrice (8,9).

Parafrasando Platone possiamo concludere che la “follia” cristiana è un dono divino, un’esperienza dell’anima al di là di ogni ordine razionale, attraverso la quale si avverte che il possibile eccede il reale, il non-senso contamina la ragione. Per accedervi è necessario perciò dislocarsi dal recinto protetto della ragione. La follia è in tal modo la vera intermediaria tra il mondo e Dio, una follia che si configura come amore, cioè come evento duale, nel quale dall’abisso il vortice della follia ci spinge nell’abisso di Colui che ama oltre ogni misura.

appendice

Suggestioni e consigli della “follia”

Secondo la cabala ebraica Dio ha creato il mondo iniziando dall’ultima lettera dell’alfabeto il Tau, che indica la fine dei tempi. Ha terminato di costruirlo giungendo alla seconda lettera Beth, che significa la casa. La prima lettera Alef è rimasta fuori del tempo e dello spazio cosmico. Essa nell’incontro con le altre lettere è muta ed è l’inizio della parola che definisce Dio Anokhi (Io sono). Questo silenzio infinito di Dio non è comprensibile alla ragione e ogni lingua in questo mondo è un esilio, il luogo di un’assenza. Solo scavando nel profondo fino al segreto intimo dell’anima, noi diventiamo la fioritura transitoria dell’Alef, e al termine di questa “folle” avventura, riusciremo ad entrare nella città della presenza divina.

Grande è Dio nella natura – dovunque c’è la sua impronta. – Vuoi vederlo ancora più grande? – Fermati davanti alla croce” (sotto un crocifisso al bivio di un sentiero di montagna).

La ragione tace e solo accettando la “follia” della croce è possibile balbettare qualcosa sull’inesprimibile Dio.

Va dove non puoi, guarda dove non vedi, ascolta dove non vi è rumore: sei là dove Dio parla” (Angelo Silesio).

L’anima umana è come una sentinella (Salmo 130,6) che sta sempre sulla soglia in attesa di un istante presentito ma mai posseduto. Come un mandorlo annuncia la primavera. La vita è una frontiera che separa due mondi, dove i raggi sempre più indeboliti della vita terrena si mescolano ai raggi luminosi di una percezione divina.

Non ti turbino le chiacchiere dei falsi sapienti i quali proclamano che tu sei folle e insensato perché ti comporti da cristiano. Essere schernito da costoro è quasi essere lodati (Erasmo. Enchiridion militis chiristiani, cap.3).

Ricordati che segno di stoltezza e d’insipienza è il sentirsi soddisfatti di sé: non c’è follia più grande e deplorevole (ivi, cap.12).

Chi segue la ragione è avido, più contento di ricevere che dare. Il cristiano trova più bello il dare che il ricevere. La ragione si compiace delle molte amicizie e si gloria della nobiltà, s’inchina davanti ai potenti e adula i ricchi. Il cristiano è meglio disposto verso i poveri e prende parte ai dolori dell’innocente. La ragione non si rassegna ad eclissarsi né ad essere vinta e a sottostare. Il cristiano non ha cupidigia di comando ed è disposto a servire gli altri. La ragione non ha occhi che per i beni temporali, il cristiano guarda a ciò che è eterno (cfr. Imitazione di Cristo III, 54).

Mons. Dario Rezza, Canonico di San Pietro

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